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UnŽindagine per lŽavvocato Serra

Rassegna stampa | La Nuova Sardegna | Dom, 17 Ottobre 2004
Possiamo partire dalle parole di Attilio Bertolucci in «Aritmie» per presentare ai lettori un giallo che, del suo genere, conserva la facilità nellŽassunzione ma che non si elimina nellŽimmediato, lasciandoci invece tracce visibili e durature: «(...) i gialli, malgrado i tanti delitti, spesso a ripetizione, anzi, per merito di essi, sono dei meravigliosi tranquillanti. E non tossici. Si eliminano immediatamente, non si ricordano, a distanza di poco tempo si possono rileggere, ignari del tutto di averli già divorati». «Scarpe rosse, tacchi a spillo», del cagliaritano Luciano Marrocu, presenza discreta ma ormai consolidata nel panorama del giallo italiano, è la parte conclusiva di una trilogia pubblicata dalla piccola ma attivissima casa editrice Il Maestrale. Sempre per la casa editrice nuorese escono, rispettivamente nel 2000 e nel 2002, le prime due parti del trittico: «Fàulas», «bugie», luogo immaginario ma anche metafora di verità celata nella menzogna e «Debrà Libanòs», intreccio di fatti storici realmente accaduti e realtà fittizie. Entrambi i romanzi, ambientati nel ventennio fascista, vedono protagonista una strana ma ben congeniata e assortita coppia di poliziotti dellŽOvra (Organo Vigilanza Reati Antistatali), Eupremio Carruezzo, «centoventi chili di trippe disposte su un robusto châssis, sopracciglia folte e appuntite alla Falstaff», che ricopre funzioni direttive e Luciano Serra, suo sottoposto a cui vengono affidati gli «incarichi più viscidi e pericolosi». Nella terza e conclusiva avventura vedremo i due investigatori nellŽimmediato dopoguerra a ruoli invertiti: Serra, abbandonata lŽOvra, diviene avvocato e Carruezzo, ormai raggiunta lŽetà della pensione, il suo ŽgiovaneŽ di studio. Prosa asciutta, essenziale quella di Marrocu, libera da fastidiosi manierismi cui sono tanto affezionati gli ormai troppi giallisti che, ritenendosi forse costretti dalla narrativa di genere, esibiscono puntualmente imbarazzanti virtuosismi letterari. Da apprezzare, oltre allŽingegnosità con cui struttura la trama, la trasparenza delle scelte narrative e la convincente drammaturgia dei personaggi, dotati di connotazioni essenziali che assumono una nettezza di profilo tale da renderli riconoscibili nel gran movimento di un quadro che va assumendo dimensioni sempre più vaste. Amalgama di invenzione e documento, «Scarpe rosse, tacchi a spillo», che in un primo momento avrebbe dovuto intitolarsi «Serbidòras», titolo a noi più congeniale, narra la vicenda di una domestica sarda, Adelina Demontis, accusata dellŽomicidio di un ŽcravattaroŽ, Pompeo Amicucci. Un secondo delitto complicherà ulteriormente lŽintricata vicenda con lŽimplicazione di influenti personaggi politici e mafiosi. Vari omaggi e richiami a personaggi celebri sono disseminati nel testo, a cominciare da quel Eupremio Carruezzo, omonimo di un ex giocatore del Cagliari per arrivare ad una Via Merulana, citata en passant, che richiama allŽingegner Gadda, di cui Marrocu non condivide lŽassillante e ansioso rovello linguistico ma una certa convinzione che il morto ammazzato sia depositario di autenticità e verità. Poi un chiaro omaggio al Nanni Moretti di «Bianca», nella figura del pensionato Venturini che passa le giornate a spiare i suoi coinquilini attraverso una finestrella da cui è possibile vedere solo le scarpe (tra le tante proprio quelle rosse col tacco a spillo che danno il titolo al romanzo), abitudine che sfiora il feticismo e diventa esilarante se accostata ad una sorta di lombrosismo che caratterizza invece Carruezzo: «Il prognatismo porta con sé un sospetto di crudeltà sadica, come la storia dimostra, dŽaltra parte: basti pensare a Lui, e a come brandiva Lui il mascellone dal balcone di Piazza Venezia». Più celato un riferimento al bellissimo film del 1945 di Hitchcock: «Io ti salverò», si sente dire Serra dalla sua fidanzata Marianna. UnŽattenzione particolare nei confronti del cibo ce lo fa accostare a un certo Soldati, quello de «I racconti del maresciallo», dove la buona tavola «è semplicemente un mezzo per sviluppare la fantasia, e darle sfogo». Di Soldati Marrocu ricorda anche la fiducia nella potenza decodificatrice della ragione: lŽambiguità è tale solo provvisoriamente e secondo rilievi esterni fortemente contraddittori che portano presto la tecnica del giallo ad avere il sopravvento sulle suggestioni del mistero. Marrocu scava nella storia e attinge alle notizie illuminandole di fantasia, con una ricostruzione filologica e culturale nella ricerca di un racconto oggettivo entro il quale vengono percepiti spazi di pausa, frammenti, schegge di un racconto trasversale denso di significato. Così la tragedia di un incidente minerario, che poi assumerà un ruolo chiave nella soluzione del caso, viene dapprima presentata come un fatto misterioso, slegato dal resto del racconto, narrato da una voce esterna e struggente, una voce corale e segmentata, la voce della moglie di un minatore fra tutti, la voce di Maria che aspetta il ritorno del suo Piero ma nel cuore della notte viene svegliata da una notizia che «è arrivata percorrendo le strade del borgo, veloce e precisa, come se conoscesse una per una le case dei minatori del turno di notte». CŽè stata unŽesplosione in miniera e «loro sono là, vivi o morti, vivi e morti, morti ma forse qualcuno è vivo». UnŽimmagine straziante, quella di tutte le Marie del borgo, «le giovani Marie del turno di notte, poco più che bambine vestite con i vestitini dŽestate a fiori» tese a guardare ciò che è rimasto dei propri compagni, resti carbonizzati, straziati. Dopo qualche giorno altri cadaveri vengono riportati in superficie: «Ce nŽè abbastanza da fare un funerale, anche se sono di più quelli rimasti sottoterra di quelli che ora, dentro bare di legno, sottoterra torneranno. CŽè molta gente al funerale, proprio tanta. CŽè anche Maria al funerale, in prima fila con le altre vedove. Tutte vestite di nero, tutti, uomini e donne, sono vestiti di nero, e nero è il colore di questo funerale, con una pioggia sottile che scende trascinando con sé le particelle di polvere di carbone sospese nere nellŽaria». Non toglie certo storicità a questo racconto il fatto che a Nuraxi Nieddu non vi fu alcuna esplosione nel 1956, ce ne furono altre, in altri posti e in altri anni, anni durissimi in cui le condizioni di sicurezza dei minatori erano del tutto inadeguate: nel 1937 nella miniera di Sirai morirono 14 minatori per unŽesplosione, nel 1938 unŽinondazione fece 5 vittime nella miniera di Serbariu, fra il 1939 e il 1941 si contano quasi 40 morti allŽanno. A tuttŽoggi i problemi circa la qualità e la sicurezza degli impianti sono ancora irrisolti nonostante si riparli di una valorizzazione e di un possibile rilancio delle miniere carbonifere sarde a causa della crisi delle fonti energetiche petrolifere. Ma noi ci troviamo di fronte al romanzo solido, ben costruito e coeso di uno scrittore che, credo, avrà ancora molto da dirci.
Cristina Cossu

Il libro  
Luciano Marrocu

Scarpe rosse, tacchi a spillo


Nuoro, Il Maestrale
2008, pp. 240, Narrativa
Euro 10,00
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