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Versi tra i ferri vecchi della memoria

Rassegna stampa | La Nuova Sardegna | Lun, 24 Dicembre 2007
«Il Cantiere e altri luoghi» di Angelo Mundula inaugura la nuova collana La Ginestra di Carlo Delfino Editore diretta dallo stesso Angelo Mundula e da Nicola Tanda.
La ragguardevole produzione di questo poeta - a partire dal 1969 quando ha visto la luce la sua prima raccolta, «Il colore della verità», con una prefazione di Guglielmo Petroni - ha ricevuto significativi riconoscimenti critici, da Giorgio Barberi Squarotti a Mario Luzi.
Proprio Luzi sottolinea la peculiare attitudine del poeta che, «partendo dal quotidiano, arriva allŽeterno, sale verso sfere metafisiche». «La sua metafisica - scrive Luzi - scendendo nellŽaccidentalità dellŽepoca e in quella della sua personale cronaca dà, mediante frizione, rarissimi lampi e anche insinuanti fosforescenze. Lo strano è che tale aderenza sapiente ed esperta, insaporita talora dal sorriso di unŽumanissima arguzia, alle cose e ai casi occorrenti (nella apparente mancanza di eventi) non depotenzia la sua ulteriore richiesta di sapere certo, di evidenza non dubbia; e nello stesso tempo rafforza il profilo del reale, rassegnato alla sua frammentarietà ma non alla sua insignificanza. EŽ un effetto molto ricco per la sua scrittura e per la lettura».
Si pensi in proposito a quel leit-motiv dellŽanima che è già in un componimento come la carta della mia vita («E lŽanima? Chi penserebbe allŽanima / che si nasconde dentro un nome perduto o inesistente? / a quella carta bianca che illumina la notte / e la fa giorno per sempre?») e ritorna in «LŽastuccio degli occhiali»: «DovŽè mai lŽastuccio degli occhiali? / Per quanto poco valga tutto il clan / della casa è mobilitato a cercarlo e / trovarlo è poco meno di un trionfo. / Tanta intelligenza del luogo vale certo / un compenso un riconoscimento. Ma / per chi ha perso lŽanima neppure lŽinteressato / si mette in moto neppure lui fa qualcosa / per ritrovarla. Sembra così facile farne a meno / in questi tempi di amore ad oltranza / per le cose di nessun conto».
Il cantiere che dà il titolo alla raccolta è insieme luogo reale («Il Cantiere o, come dicevano a Porto Torres, Lu Cantieri, era proprio un cantiere in disarmo, con un grande capannone, un prato verde e due case in una delle quali, per concessione del Genio Civile a mio padre, abitava la mia famiglia. TuttŽintorno molti vecchi ferri e il mare») e simbolico («Nella grande libertà del Cantiere / io mi aggiravo come un prigioniero dentro / una gabbia di ferro, gettando a mare / tutte le scorie del mondo, che da ogni / parte mi piovevano addosso»), è il piccolo cantiere della nostra vita e il ben più vasto cantiere della creazione («E allora me ne sto tra me e me e / lungamente mŽinterrogo su quanto / mi è accaduto e qui scopro un cantiere / in fermento una ribollente officina / e vedo quanto ho costruito questŽanno / appena trascorso quali mura o torri / ho innalzato per giungere fino a Te...»).
EŽ stato fatto da Sergio Pautasso per Mundula, autore del «Cantiere», il nome di Eliot, come per Cristini, autore de La stanza. Eliot, come è noto, al critico che alla sua poesia e alla poesia moderna e contemporanea in genere aveva attribuito il compito di sostituire la religione nella funzione confortatoria che in passato era assolta dalla fede, risponde che la poesia non conforta e non sostituisce la religione; ma «può portare alla religione, come Virgilio porta a Beatrice». EŽ a «quel doppio credo di fede e letteratura» - che lŽautore di «Tra letteratura e fede» richiama nel componimento «Per Angelo Iacomuzzi» - che si può fare riferimento. E mi sembra opportuno richiamare i versi conclusivi di «Il beato giardino» in «Ma dicendo Fiorenza», che mi fanno pensare a «Volete andarvene anche voi?» di Luigi Santucci: «E poi forse potremo ancora giocare con le carte / seduti sulla sponda del fiume / con Gesù così solo senza di noi».
Appunto Santucci, parlando di Cristo nella nostra sorte di scrittori, ricorda come Mario Luzi, in una bellissima conferenza da lui tenuta nel 1994, si sofferma sul silenzio di Cristo. Parlando di Gesù e considerando parte del suo messaggio, del suo parlare a noi e di certe pause mute di Lui, Luzi cŽinvita a cogliere, a percepire «con una certa vertigine la presenza del silenzio tra le parole che Cristo dice»; e il poeta fiorentino dichiara che secondo lui «questo silenzio è unŽaffermazione imponente». Ci dice che «va preservato il diritto divino dellŽineffabile», che «cŽè qualcosa che non si può dire, che non si può dire con parole». E coglie come più alta la parola che emerge dunque dal silenzio.
Ecco, come dice pressŽa poco Dietrich Bonhoeffer, il rischio (forse il «peccato») di noi scrittori, affabulatori, menestrelli o giullari che di Gesù abbiamo in forme diverse quellŽ«invaghimento» è proprio quello (è parola di Bonhoeffer) di baciarlo. E «baci» sono allora forse anche le nostre pagine, anche le meglio intenzionate, le più «devote»... Baci che lo tradiscono. Ed è rischio (o «peccato»...) - ancora nellŽindicazione bonhoefferiana - il proporsi a Lui con le nostre, anche appassionate e patetiche danze; farci insomma simili a quel saltimbanco della novella di Anatole France, che per onorare la Vergine non si peritò di andarle a fare sotto lŽaltare i suoi mimi e i suoi sgambetti devoti. Forse di Lui diciamo solo quelle «parole inutili», contro le quali ci ammonisce proprio Gesù nel suo Vangelo, dicendoci che di esse dovremo rendere conto.
Allora, Cristo ci accetti così, ci perdoni la nostra presunzione. Sino a che non avremo tanta fede e tanta umiltà da celebrarlo entro quellŽeloquente, quel pregnante silenzio di cui scriveva Mario Luzi.
Ecco appunto il senso della poesia di Angelo Mundula, di quel suo cammino di conoscenza tra letteratura e fede, mi sembra possa essere inteso pienamente alla luce del titolo di quella conversazione di Santucci, «Cristo nella nostra sorte di scrittori». Nella nostra sorte... No, non nella espressività, nella filologia; non solo nellŽispirazione o anche nella bravura degli scrittori. Ma, al di qua delle nostre pagine, nella sorte di noi che balbettiamo parole, di noi dannati della carta. Cristo, cioè, in quel nostro destino esistenziale e non barattabile dove Lui ci ha collocati - e certo per amore - con la forza della sua unicità.

(Sabino Caronia)

Il libro  
Angelo Mundula

Il cantiere e altri luoghi

poesie 2000-2005


Sassari, Carlo Delfino editore & C.
2006, pp. 112, Poesia
Euro 13,00
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