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Di Redazione (del 07/03/2011 @ 12:43:01, in Recensioni, linkato 3366 volte)
Oltre il neorealismo, pur essendone ovviamente influenzato: questo è il Pablo Volta che raccontò la Sardegna della metà degli anni Cinquanta, rimanendone colpito come dal poema omerico. Il giovane fotografo arrivò in Barbagia per la prima volta nel dicembre del 1954 per poi ritornare in più occasioni e, in seguito, addirittura scegliere l’isola come sua residenza stabile.

Le fotografie di questo reportage, nato non “su commissione” ma per impulso proprio, non sono ritratti stilizzati, ma momenti di vita in movimento: talvolta le facce serie fissano l’obiettivo senza timore, mischiandosi a quelli che si coprono il volto con le mani, abbozzano un sorriso, continuano imperterriti a ballare nella piazza, sgozzare il capretto per la festa, lanciare la corda al mamuthone.
In questo lo stile e il risultato finale di Volta appartengono al neorealismo: nell’arte che “si fa” in rapporto diretto con la società locale, con la mungitura della pecora, gli sguardi dei pastori, le fiere paesane e quello strano carnevale che sarebbe poi diventato uno dei più studiati e fotografati al mondo. Ai tempi circolavano molteplici rappresentazioni del Meridione, soprattutto di stampo antropologico o di denuncia sociale: lo sguardo di Pablo Volta le combina insieme nell’indagine di una realtà ancora poco conosciuta come quella sarda, aggiungendovi una personale propensione alla “fissazione dell’attimo”.

La staticità dell’atto fotografico è il riflesso del ritmo lento e “naturale” di un piccolo paese che non costituisce un semplice elemento etnografico-antropologico ma, semmai, dato storico. Orgosolo, Desulo, la Sardegna nel 1954-57 erano così: “…comunità pastorali del Mediterraneo che si incontrano leggendo l’Odissea” e il merito di Volta è quello di avere colto allo stesso tempo la loro verità e le loro potenzialità. Le fotografie del libro vanno guardate più di una volta per scoprirne la doppia o tripla vita: soggetti ritratti più volte nell’evoluzione di un’azione, come il bambino che si arrampica sul muro e, sotto di lui, le donne velate che rappresentano un’icona della tradizione e contemporaneamente (e modernamente) osservano i giovanotti in orbace che passano per la strada.

Il volume è curato da Tatiana Agliani e Uliano Lucas e le immagini sono accompagnate dai testi di Maria Giacobbe, F.Cagnetta, I.Kowaliska, D.H.Lawrence e Salvatore Cambosu.
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Di Redazione (del 08/03/2011 @ 13:59:11, in Recensioni, linkato 3051 volte)
La volontà di raccontare in forma romanzata un periodo storico importante per la storia della Sardegna, insieme a quella -evidente- di restituire importanza e “attrattiva” ad eventi ancora non sufficientemente indagati, stanno alla base di questo romanzo di ambientazione storica, scritto dal commediografo e scrittore sassarese Giovanni Enna e pubblicato postumo.

La trama si dipana nel periodo giudicale della Battaglia di Sanluri del 1409 durante la quale le truppe aragonesi sovrastarono quelle del visconte Guglielmo di Narbona-Bas, ultimo discendente della dinastia di Arborea, il cui tesoro viene affidato a un drappello di fedeli sudditi perché lo portino in salvo. Nel loro percorso verso l’altipiano della Giara di Gesturi, i fuggitivi incontreranno diversi personaggi che cambieranno la loro sorte: in particolare, i giovanissimi membri della “confraternita della Giara”, una sorta di micro-società indipendente con regole proprie che resiste agli stranieri e ai locali che li vorrebbero schiavi.

Il libro ricorda Il Signore degli anelli di Tolkien e l’avventura alla ricerca dell’anello, con la differenza che stavolta il tesoro non va trovato, ma protetto durante un percorso che è metafora di una evoluzione personale e dei rapporti con gli altri. Anche in Fuga sulla Giara il viaggio permette ai protagonisti di scoprire la propria profonda umanità e quella dei compagni, così come hanno un significato funzionale la fuga dai “cattivi”, simbolo dell’oppressione individuale e di un intero popolo (quello sardo, il cui sentimento di identità è continuamente ribadito), le figure “classiche” degli anziani saggi, dei ragazzi irruenti selvatici ma buoni e perfino il piccolo paggetto che avrà modo di dimostrare tutta la sua perspicacia. È ovviamente presente anche un elemento fiabesco, di tradizione orale, impersonato dalla saggia Mammai Aleana in contatto con la Natura, ma anche il viaggio iniziatico dei ragazzi Pauledda e Lacu, la descrizione quasi sociologica (anche se non troppo approfondita) della società autonoma dei ragazzi sulla Giara la quale non ricorda quella malvagia del romanzo di Golding, Il Signore delle Mosche, quanto un primitivo e -pare di capire- sano ritorno alle origini dell’uomo.

Fuga sulla Giara possiede tutti gli elementi necessari a un buon impianto narrativo e una particolare attrattiva per chi vuole approfondire la storia della Sardegna.
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Di Redazione (del 08/03/2011 @ 23:15:10, in Recensioni, linkato 4291 volte)
Troppo facile classificarla come la nuova Cristiane F. dello “zoo di Berlino”. In realtà Monica Aschieri, in questo libro-diario che ripercorre la sua vita dal 1982 al 2003, racconta più un viaggio interiore che una nuda cronaca di droga che segnò la sua vita per vent’anni.

Proveniente da una famiglia “bene” di Cagliari, a 19 anni già madre di una bambina che verrà presto affidata ai genitori, girovaga per la città e l’Italia infiammata dall’astinenza e dal bisogno del metadone, affronta tentativi di recupero e struggenti e problematici rapporti con la famiglia d’origine. Tornata in Sardegna, Monica entra definitivamente in un giro di commercio e soprattutto di consumo di eroina e altre sostanze che la renderanno completamente schiava (tremende ma necessarie le descrizioni della devastazione fisica) e disposta anche a gestire il traffico quando il suo compagno, boss del quartiere CEP affiliato alla malavita nazionale, finisce in carcere.

I temi fondamentali del diario sono quelli classici della perdizione-redenzione: la discesa agli inferi, i rapporti di grande problematicità con la famiglia e con il padre descritti impietosamente, la continua richiesta di amore e considerazione che mina le fondamenta della sua personalità, il collasso fisico e psicologico e l’incontro con Dio e un’altra vita possibile. In tutto questo -una girandola di buchi, denaro, tentativi di disintossicazione, sangue e promesse non mantenute- le uniche cose buone sono la figlia lontana e il suo compagno, vera bussola della sua vita e personaggio complesso, fatto di luci e ombre.

La forma diaristica accentua il realismo della narrazione, ma rende difficoltosa la comprensione degli eventi: forse, sarebbe stata utile un’ appendice biografica vera e propria che aiutasse a collocare meglio i fatti. Anche così, però, il libro è sconvolgente e sincero, non soltanto una storia di droga, ma anche quella di un grande amore che dura una vita intera, interrotto soltanto dalla morte. Fortunatamente, il processo di perdizione si conclude con una lenta redenzione e persino con un avvicinamento alla fede che la porta a fare i conti con il dolore sofferto e provocato alla famiglia.

L’autrice, oggi disintossicata, e la sua famiglia sono molto conosciuti e il rischio è che la curiosità suscitata da una storia così forte e realistica, che oltretutto racconta una Cagliari “parallela”, metta in ombra il messaggio che, forse inconsapevolmente, la Aschieri vuole trasmettere: le persone non sono e non è possibile che siano soltanto “buone” e “giuste” o, all’opposto, solo “cattive” e la discesa all’inferno può avere anche un ritorno.
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