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AA.VV., “Cartas de Logu”, Cagliari, Cuec, 2007
Di Redazione (del 05/03/2011 @ 10:34:02, in Recensioni, linkato 1652 volte)

Il tema più “alla moda” degli ultimi anni in Sardegna, ovvero la definizione dell’Identità (proprio così, maiuscola, come fosse una entità concreta) è anche il più “vischioso”, proprio in virtù delle sue molteplici sfumature. Ne discutono quarantatre “Scrittori sardi allo specchio”, fra cui Francesco Abate, Milena Agus, Bruno Tognolini, Franco Carlini, Maria Giacobbe, Alberto Melis, Luciano Marrocu, Marcello Fois.

A metà fra la saggistica e il racconto di sé e degli altri, gli interventi più interessanti e anche più utili ai fini della “missione impossibile” di definizione della sardità sono quelli che utilizzano lo strumento narrativo puro, perché ha fondamentalmente ragione Nino Nonnis quando scrive che “…la Sardegna è come le barzellette, non si deve spiegarla”. Soprattutto ai conterranei, verrebbe da aggiungere. Però facciamolo, perché è pur sempre argomento stimolante che può far guardare oltre il provincialismo delle infinite diatribe linguistiche, dello scimmiottamento di altrui costumi commerciali e stilistici, dei perché e dei percome dell’essere sardi, oggi. O si vorrebbe che fossimo sempre come ieri? Per fortuna ci sono anche i giovani che magari “non vogliono essere niente, ancora per un po’”, come l’anonimo (Giovane scrittore), o quelli che fondamentalmente sembrano chiedersi il perché di questa cosmica domanda (si veda il meditabondo Alberto Melis).

Il valzer delle domande parte dalla fisicità concreta della Sardegna come “tana” (Milena Agus) per arrivare allo sguardo particolare verso il mondo di Nicola Lecca, passando per lingua, lontananze, odori e ferite aperte, per elementi immutabili e altri in inarrestabile evoluzione, come il mestiere (o la semplice passione) di scrivere.

Possibile che esista una letteratura “sarda” in quanto geograficamente tale? E come definirne gli autori, per ius sanguinis o ius soli? E se sono nati sul suolo patrio ma non ci hanno vissuto (abbastanza), perdono il loro diritto alla qualifica? E se non ci sono nati ma l’hanno scelta come prima patria, magari vedendone le caratteristiche contraddittorie che al “vero sardo” sfuggono? Se poi ci si addentra nella tematica esplosiva della lingua, l’apparentemente oziosa questione (perché, diciamolo, è più materia per scrittori, filosofi, docenti e cultori della materia che per coloro che la vivono quotidianamente ed epidermicamente, la Sardegna) diventa terreno minato.

Ipotizzare che “la letteratura sarda (o “sarda”) possa avere una funzione orientatrice mai avuta prima”, come afferma Angioni, pare un eccesso di ottimismo; chi pratica un innato realismo, non particolarmente sardo ma comunque necessario, si limita a sperare che la discussione prosegua, in quanto l’individuazione definitiva della nostra specialità di abitanti della Sardegna è ancora tutta da raggiungere. Cartas de Logu ha comunque un grande pregio: offre delle possibilità. Offre spunti e materia su cui riflettere e anche un po’ polemizzare, non tanto per confermare quella caratteristica esistenziale immodificabile che rende i sardi “pocos, locos e malos unidos”, quanto per stimolare una discussione che si allarghi oltre i confini ancora troppo ristretti degli addetti ai lavori della cultura isolana.