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Andrea Cannas, Antioco Floris, Stefano Sanjust (a cura di) “Cantami di questo tempo- poesia e musica in Fabrizio De André”, Edizioni Aipsa, Cagliari, 2007
Di Redazione (del 05/03/2011 @ 10:16:14, in Recensioni, linkato 1975 volte)

Il volume, pubblicato a giugno dalla casa editrice Aipsa nella collana Portales, raccoglie gli interventi del convegno su Fabrizio De André svoltosi nel giugno del 2003 al teatro Nanni Loy per iniziativa dell’associazione Portales e del Dipartimento di Filologie e Letterature moderne dell’Università di Cagliari. Si tratta della raccolta dei contributi di diciotto studiosi e ricercatori di varie discipline, corredata dalla fotografie di Daniela Zedda.

Il saggio vuole offrire “…un approccio variegato alla corposa discografia di De André, proponendo una molteplicità di punti di vista”: perché De Andrè conteneva, per dirla alla Whitman, “le moltitudini”. Il volume si dipana dunque per i sentieri letterario, musicale, linguistico, religioso, e si articola in tre sezioni, Orizzonti, Percorsi e Variazioni, curate rispettivamente dai tre curatori del volume.

Nella prima sezione, Orizzonti, vengono presentati gli scritti che trattano in generale il rapporto tra canzone, letteratura e utopia in Fabrizio De André, mentre nella seconda viene indagato il rapporto vitale fra l’artista e la letteratura, con una particolare attenzione per quelle che sono chiaramente state le sue fonti di ispirazione: Edgar Lee Masters per l’album Non al denaro non all’amore né al cielo ma anche Bob Dylan, l’esperienza meravigliosa e terribile della Sardegna raccontata in Hotel Supramonte, e anche gli stili passionali e definitivi dei classici russi (si veda a questo proposito l’intervento di Simonetta Salvestroni che accosta De André a Dostoevskij nell’intervento dal titolo “De André, gli autori russi e il mondo contemporaneo”).

Nella terza sezione, Sanjust ha curato la parte più strettamente “musicale”, indagando i legami e le contaminazioni del cantautore-poeta (o viceversa?) e raccogliendo anche la testimonianza di Mauro Pagani, musicista polistrumentista, che ha lavorato per oltre un decennio con l’artista genovese.

Appassionato “saccheggiatore” dei codici popolari, delle culture e dialetti “altri”, De Andrè si è radicato nella cultura collettiva raccontando le “marginalità” (non a caso i sardi sono da lui avvicinati agli Indiani d’America), indagando il legame amore-morte e la guerra, utilizzando dialetti in funzione “anarchica” rispetto al potere costituito, lo stesso che ieri come oggi non può accettare che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.